Può.
Può, come qualsiasi altra attività accompagnata da un atto di riflessione su sé stessi.
La psicoterapia è stata l’esperienza più importante della mia vita. La lezione esistenziale che ne ho tratto è: «Chiediti sempre “Perché?”». Ovvero: perché ho questi pensieri/desideri/gusti, perché compio queste azioni? Ogni mia scelta, se sottoposta a indagine, diventa un’occasione per fare chiarezza su me stesso, sulle mie ragioni profonde. Facendo chiarezza, acquisisco consapevolezza. E solo con la consapevolezza posso cambiare e smettere di soffrire.
Ho iniziato a fotografare un po’ per caso, molti anni fa, con un vecchio iPhone, applicando i filtri di Instagram. Ho ottenuto anche alcuni scatti pregevoli, nei limiti dello strumento e delle mie insignificanti competenze. Poi ho smesso: altri interessi, soprattutto altre preoccupazioni.
Nel 2024 mi sono regalato una Canon entry-level: la EOS R50. Perché? Non lo so. Una fase di cambiamento nella mia vita: nuovi interessi, nuovi scopi. Mi sono detto: «Provo».
E ho provato.
Stavolta però ho studiato. Ho studiato proprio bene: lo strumento, la tecnica, i generi. Ho studiato e ho pasticciato. Ho pasticciato tanto. Nel gran pasticciare, ho fatto anche alcune foto graziose. Talune più che graziose. Foto delle quali ero molto orgoglioso. Oggi le riguardo e provo imbarazzo. Non per le foto, bensì per l’orgoglio di allora. Molto cringe, davvero.
In quelle foto mancavano tante cose. Soprattutto mancavano un gusto, un progetto, un genere. Mi piacevano tante cose: la street, la still life, il ritratto, il panorama, il minimalismo. Cercando ispirazione, osservavo le foto di altri e mi piaceva un po’ tutto e volevo imitare un po’ tutto, senza trovare una mia strada.
La prima epifania l’ho avuta quando ho scoperto la fotografia non realista, fino all’astratto. Ecco, quelle erano immagini che mi colpivano.
Certo, lo scatto sulle Dolomiti all’ora d’oro è spettacolare e mai e poi mai io sarei capace di imitarlo. Tuttavia, visto uno, – non crocifiggetemi, per favore! – visti tutti. Ho fatto scorrere sul monitor centinaia di immagini meravigliose di fiordi e montagne e foreste e cascate, ma anche di visi icastici all’altro capo del mondo. Meravigliose e soprattutto perfette sul piano tecnico. Ne ricordo al massimo quattro o cinque. Le altre anche boh.
Perché? Gusto, direi. Forse sono io superficiale, va’ a sapere. Ma sono foto che, per quanto eccellenti, non mi parlano. Non mi toccano. Non mi scuotono.
Poi, appunto, ho scoperto la fotografia non realista. Immagini volutamente imprecise, imperfette, sfocate. Anche fiordi e montagne e foreste e cascate e visi icastici, ma volutamente rovinati. Con il contrasto esagerato. Con i colori inverosimili. Con il fuoco sbagliato. E ho pensato: «Oh, cazzo!». Finalmente un’emozione, una scossa. Era quello che volevo.
Da cui la prima comprensione psicoterapeutica: la realtà non mi garba punto così come è.
Sicché ho cominciato a fotografare in quel modo: ICM, sfocature, filtri strani sull’obiettivo, sovrapposizioni. E i risultati mi piacevano. Cazzo, se mi piacevano. Finalmente producevo qualcosa che mi dava soddisfazione, che potevo mostrare ad altri senza vergognarmi. Infatti, anche di fronte a una critica, sapevo che cosa rispondere. Dietro ogni scelta stilistica c’era un pensiero consapevole.
La seconda epifania l’ho avuta quando ho compreso quale caratteristica era comune a tutte le foto, mie o altrui, che mi emozionavano: il contrasto. Contrasto dapprima sia luminoso sia cromatico. Poi solo luminoso, quando ho compreso che soprattutto nel bianco & nero mi riconoscevo di più. Tante mie foto erano caratterizzate da un contrasto intenso, oltretutto rafforzato in post-produzione: neri impenetrabili e alte luci esagerate.
Da cui la seconda comprensione psicoterapeutica: io amo gli estremi. Del resto è coerente con la mia vita. Io potrei essere solo comunista o fascista, ateo o bigotto. (Per la cronaca: sono comunista e ateo, ma questo non c’entra.)
Così facendo, ho trovato la mia cifra stilistica: irrealtà e contrasto. E poi?
E poi basta. What else?
Invece no. Invece non si può fotografare a cazzo la qualunque. Meglio: si può, ma rimane un’attività così, un po’ campata per aria. Ci sta, eh. Ma non mi basta. Non più.
Sicché adesso ho in cantiere un progetto. Quale? È troppo presto per dirlo. Sarà sempre troppo presto, finché non si sarà definito anzitutto dentro me stesso. Ma ha già un nome: «Livid Doom».
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