Dichiarazione d’artista

Non cerco l’eccezionale: cerco il familiare nel momento in cui la luce lo rivela.

Scatto esclusivamente in bianco&nero, non per nostalgia né per rigore formale, ma perché il colore racconta troppo: identifica gli elementi del reale e rassicura chi osserva. La fotografia monocromatica invece toglie alla luce la sua ovvietà e la restituisce come tensione: tra il pieno e il vuoto, tra ciò che brucia e ciò che sprofonda.

Non racconto storie di persone o di luoghi: racconto l’effetto che uno spazio esercita su chi lo abita o su chi lo ha appena lasciato. Quello che m’interessa non è mai il soggetto in quanto tale, ma il momento di attrito fra il soggetto e la sua leggibilità. Fotografo ciò che si sta quasi perdendo di vista.

Lo sfocato non è un errore. Il mosso non è una mancanza di controllo. I filtri non abbelliscono né distorcono per stupire: comprimono, velano, slittano il piano della messa a fuoco finché il soggetto rimane a malapena riconoscibile, come una parola compresa all’ultimo istante, sul fondo del rumore. Sono strumenti per introdurre nell’immagine quello che l’occhio fa sempre e che la fotografia di solito corregge: l’incertezza. Una figura umana diventa una presenza, poi un’ombra, poi una domanda. Un edificio acquista qualcosa di più simile a una memoria che a un fatto.

Il contrasto è il mio unico estremo. Lavoro con luci dure, quasi violente, e ombre profonde che non spiegano nulla di ciò che nascondono. Non esiste zona di comfort nel mezzo: ogni immagine è costruita sulla soglia tra il visibile e il suo collasso. La luce non illumina: taglia. Separa il mondo in quello che esiste e quello che non esiste ancora o che non esiste più.