Rider (e non solo), De Masi: «Basta parlare di contratti, l’unica strada per i diritti oggi è il reddito universale»

Un mondo ideale nel quale gli esseri umani si siano emancipati dal lavoro. La fine della maledizione divina.

«Il bivio è questo: da un lato la cultura in un mondo con sempre meno lavoro; dall’altro una scuola che prepara le persone a un lavoro che non c’è più. La sfida, o il problema a seconda dei punti di vista, è come creare cittadini che, tra pochissimi anni, saranno consumatori senza essere produttori e, nello stesso tempo, saranno felici.»
Rider (e non solo), De Masi: «Basta parlare di contratti, l’unica strada per i diritti oggi è il reddito universale» – MicroMega

Covid e la fine del sogno americano

Intelligenti, dedicati, tenaci, instancabili, ma non furbi. Fosse solo un problema loro, pazienza. Ma purtroppo da loro dipende il resto del mondo.

«Ma dalle impressioni non potevo difendermi, le potevo solo archiviare. Poiché non sto iniziando un libro, anche se potrei, devo solo riassumere queste forti impressioni in uno sgomento – lo provavo allora e lo provo ancora adesso – davanti all’intensità con la quale gli americani riescono a credere. A credere in qualunque cosa e senza distinzioni di valore: nella loro eccezionalità, nella serie televisiva che stanno guardando, nel loro Dio fatto a loro strettissima misura, nell’ultimo prodotto che hanno visto pubblicizzato in televisione, nell’ultima causa che hanno abbracciato, nell’ultima teoria di complotto che hanno visto su youtube, nelle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein e in Barack Obama che è un alieno venuto da Sirio. Avevo già formulato un giudizio, molti anni fa, ma l’avevo tenuto per me, perché non sono un ingrato. Gli Stati Uniti e le università per cui ho lavorato, a New York e a Houston, mi hanno chiesto molto, ma mi hanno dato molto di più di quello che avrei potuto avere in qualunque altra parte del mondo, Italia inclusa. Io non potevo e non posso che ringraziare tutti quelli con cui ho lavorato. Con quale autorità potrei permettermi di dire che per quanto ho capito io – e magari non ho capito niente, e se è così spero che qualcun altro capisca più di me – gli americani non sono molto furbi?
Intelligenti, dedicati, tenaci, instancabili, sì. Ma furbi, ecco, quello no. La furbizia è una dote mediterranea, viene dall’essere stati conquistati e dominati per secoli, dal sapere che non ti puoi fidare di nessuno, che sulla pubblica piazza lo puoi dire e lo devi dire, che tu credi nel tuo sindaco, nel tuo partito, nel tuo parroco, nella tua nazione, nel duce, nel presidente e nel papa, ma dentro le mura di casa tua la storia può essere ben diversa, e ti prepari ad affrontare le cose non importa chi vince. Non è una bella dote, la furbizia, e soprattutto chi è convinto di essere molto furbo non lo è per niente.
Il vero furbo è quello che sa benissimo di poter essere ingannato anche e soprattutto da se stesso, e non dà troppa importanza alle sue opinioni. È una dote brutta e cinica, ma ti aiuta a sopravvivere. Gli americani delle grandi pianure, del centro del continente, quelli che guardano con disprezzo a New York e a Los Angeles e si ritengono, solo loro, i veri americani, questa dote brutta e cinica non l’hanno mai imparata (e anche gli altri non la praticano molto bene), non ne hanno mai avuto bisogno perché non sono mai stati sconfitti.»
Covid e la fine del sogno americano – Doppiozero

La storia giudicherà i collaborazionisti

Un articolo lungo – tanto lungo – ma di grande interesse per i molti parallelismi che rivela.

E se invece l’unico antidoto, semplicemente, fosse il tempo? Un giorno gli storici racconteranno la nostra epoca e impareranno dagli eventi di oggi, così come noi scriviamo la storia degli anni trenta o quaranta. I Miłosz e gli Hoffmann del futuro ci giudicheranno con la chiarezza del senno di poi, e vedranno, meglio di come lo vediamo noi oggi, il percorso che ha portato gli Stati Uniti verso una storica perdita d’influenza, verso una catastrofe economica, verso un caos politico mai visto dopo gli anni della guerra civile. Forse allora Graham, Pence, Pompeo, McConnel e tante figure minori capiranno cosa hanno contribuito a provocare.
La storia giudicherà i collaborazionisti – Internazionale

The world should think better about catastrophic and existential risks

Non mi stancherò mai di ripeterlo: finché non li asfalta davvero almeno una volta, per gli umani una catastrofe non esiste.

Geomagnetic storms are one of a small set of events found in the historical and geological record that present plausible threats of catastrophe. Pandemics are another, giant volcanic eruptions a third. Seeing how well—or how poorly—countries are currently coping with the only one of these catastrophes of which they have prior experience raises the question of how they might cope with the others.
The world should think better about catastrophic and existential risks – The Economist

Contrordine, la gente è stupida

Non fa una grinza.

Questo per dire che il problema del fan trumpiano non è tanto il credere ciecamente alle stupidaggini che gli propina il suo idolo, quanto avere un cervello che non gli permette nemmeno di riconoscere una banale contraddizione logica all’interno dello stesso discorso, cioè un cervello la cui memoria si azzera ogni quindici secondi. In confronto la scheda elettronica di una lavatrice è Einstein.
Contrordine, la gente è stupida – In coma è meglio

La Rivoluzione francese e noi

Sono trascorsi più di due secoli dal 1789 e ancora se ne discute. Perché la Rivoluzione non smette mai di parlare del presente.

Sono esempi che ci suggeriscono non solo che non tutto è stato detto, sulla Rivoluzione, ma anche che non tutti gli esperimenti del decennio rivoluzionario sono falliti, come sostiene Gueniffey. Alcuni potrebbero essere ancora in attesa del loro momento: cosicché, invece di parlare di “storia” della Rivoluzione, potremmo parlare del suo futuro. In un suo recente libro, Futuri possibili (2019), la sociologa Vincenza Pellegrino racconta di una sua visita a un’esposizione a Parigi dedicata alla Comune del 1871. Di fronte alle istanze modernissime dei comunardi, l’autrice si chiede se “quello che vediamo nella mostra è il nostro passato o il nostro futuro”. E raccoglie l’impressione di una ragazzina di scuola all’uscita dalla mostra: “… Sembra una battaglia che dura ancora oggi… Cioè, sembrano tutti morti, che il loro sogno era impossibile, troppo bello per essere reale. Ma poi sembra anche che magari erano solo in anticipo”. Forse erano gli stessi pensieri dei comunardi rispetto al precedente della Grande Rivoluzione, così come i bolscevichi credettero di realizzare il sogno dei giacobini; cosicché avrebbe ragione Furet, e il loro fallimento ha sancito il fallimento di ogni esperimento rivoluzionario. Oppure, come risponde Pellegrino alla ragazzina all’uscita dalla mostra, “magari questi qui non hanno né vinto né perso. Magari la partita è in corso e la giochiamo noi”.
La Rivoluzione francese e noi – il Tascabile

Matrimonio saltato per colpa del lockdown? Tanto meglio

Io lo dico da sempre: bisognerebbe abolirlo.

Eppure manteniamo tradizioni solo apparentemente necessarie. La più diffusa risposta collettiva nella strada verso la parità di genere è stata che, al momento della dichiarazione pubblica d’amore e impegno più importante della vita, le donne si vestono come componenti di secondo rango della famiglia reale russa dell’ottocento e gli uomini come camerieri di navi da crociera. Immagino sia giusto cominciare ogni fase importante della propria vita con la consapevolezza della propria ridicolaggine, ma è evidente che devono esserci dei limiti.
Matrimonio saltato per colpa del lockdown? Tanto meglio – Internazionale

Giorello: La scienza antidoto al fanatismo

Pensieri e parole che non invecchieranno mai.

Quanto alla credenza nel soprannaturale, riconosco che attribuire a Dio o agli dei la causa di fenomeni che ci appaiono inspiegabili è antica quanto il mondo e nasce anch’essa da un bisogno di spiegazione di ciò che maggiormente ci colpisce. Non è però recitando un qualche «credo» che si affrontano con successo le grandi sfide scientifiche del nostro tempo, in fisica o in biologia. Bisogna dunque essere chiari su un punto preciso: qualunque siano le proprie convinzioni personali, chi fa parte della comunità scientifica internazionale non deve mai e poi mai essere disposto a rinunciare in nome di una qualsiasi credenza religiosa al cannocchiale di Galileo o agli acceleratori di particelle. Ritengo, infine, che questa sia oggi una condizione irrinunciabile per un mondo come quello della scienza e della tecnologia che è riuscito a realizzare, seppur con non poche «contorsioni» una profonda unità spirituale, ben superiore a quella tentata senza successo da troppi «folli di Dio».
Giorello: La scienza antidoto al fanatismo – MicroMega

Giorello alla Statale

Il ricordo di un grande Maestro.

Ascoltando Giulio Giorello – il suo nome buffo, i suoi occhiali spessi e i suoi farfuglii – chi voleva capire capiva che l’importante non sarebbe mai stata la verità di un’ideologia, ma il piacere di una scoperta: che il piacere dell’intelligenza è la sola spinta che ti può fare capire le cose, per un istante, prima che la realtà si rifranga di nuovo in un cumulo di macerie insensate. Quel gioco era l’unica strada possibile, l’unico spiraglio ancora libero per chi volesse ancora provare a pensare. Tra cielo e terra non esisteva nulla, per quanto insulso apparisse, da non meritare curiosità.
Giorello alla Statale – Il Post

I giorni delle statue

Luca Sofri si chiede – legittimamente – perché alcuni dovrebbero avere il diritto di abbattere alcune statue ma non altre. E se invece le abbattessimo tutte?

Le statue, altrimenti, sarebbe proprio meglio non farle. Le vite di molte persone hanno cose nobili ed eccezionali che è giusto considerare tali e ammirare, ma lo si può fare tranquillamente e meglio senza statue: quelle persone non ne hanno bisogno – sono morte – e le statue servono in modesta parte a tramandare degli esempi e dei modelli in maniera sbrigativa ed efficace. Ovvero dire a tutti “questa cosa che questa persona ha fatto è una cosa buona, da imitare e prendere a modello”: allo stesso modo con cui lo può fare in maniera più approfondita e meno efficace un libro, un insegnamento scolastico, o la sua stessa opera palesemente ammirevole. Le statue sono una forma di informazione, ma straordinariamente superficiale e pigra. Sono anche una rivendicazione, un’esibizione di appartenenza, per alcuni: poter segnare un punto per quello che la statua rappresenta, spesso in contrapposizione ad altro – una conquista patriottica, una grandezza scientifica, una bravura letteraria – e che si condivide. Ma queste sono inclinazioni che sarebbe utile disincentivare invece che incentivare, quelle di usare ogni cosa per segnare un punto per sé e per il proprio apparato di espressioni di sé.
I giorni delle statue – Wittgenstein