Giorello: La scienza antidoto al fanatismo

Pensieri e parole che non invecchieranno mai.

Quanto alla credenza nel soprannaturale, riconosco che attribuire a Dio o agli dei la causa di fenomeni che ci appaiono inspiegabili è antica quanto il mondo e nasce anch’essa da un bisogno di spiegazione di ciò che maggiormente ci colpisce. Non è però recitando un qualche «credo» che si affrontano con successo le grandi sfide scientifiche del nostro tempo, in fisica o in biologia. Bisogna dunque essere chiari su un punto preciso: qualunque siano le proprie convinzioni personali, chi fa parte della comunità scientifica internazionale non deve mai e poi mai essere disposto a rinunciare in nome di una qualsiasi credenza religiosa al cannocchiale di Galileo o agli acceleratori di particelle. Ritengo, infine, che questa sia oggi una condizione irrinunciabile per un mondo come quello della scienza e della tecnologia che è riuscito a realizzare, seppur con non poche «contorsioni» una profonda unità spirituale, ben superiore a quella tentata senza successo da troppi «folli di Dio».
Giorello: La scienza antidoto al fanatismo – MicroMega

Giorello alla Statale

Il ricordo di un grande Maestro.

Ascoltando Giulio Giorello – il suo nome buffo, i suoi occhiali spessi e i suoi farfuglii – chi voleva capire capiva che l’importante non sarebbe mai stata la verità di un’ideologia, ma il piacere di una scoperta: che il piacere dell’intelligenza è la sola spinta che ti può fare capire le cose, per un istante, prima che la realtà si rifranga di nuovo in un cumulo di macerie insensate. Quel gioco era l’unica strada possibile, l’unico spiraglio ancora libero per chi volesse ancora provare a pensare. Tra cielo e terra non esisteva nulla, per quanto insulso apparisse, da non meritare curiosità.
Giorello alla Statale – Il Post

I giorni delle statue

Luca Sofri si chiede – legittimamente – perché alcuni dovrebbero avere il diritto di abbattere alcune statue ma non altre. E se invece le abbattessimo tutte?

Le statue, altrimenti, sarebbe proprio meglio non farle. Le vite di molte persone hanno cose nobili ed eccezionali che è giusto considerare tali e ammirare, ma lo si può fare tranquillamente e meglio senza statue: quelle persone non ne hanno bisogno – sono morte – e le statue servono in modesta parte a tramandare degli esempi e dei modelli in maniera sbrigativa ed efficace. Ovvero dire a tutti “questa cosa che questa persona ha fatto è una cosa buona, da imitare e prendere a modello”: allo stesso modo con cui lo può fare in maniera più approfondita e meno efficace un libro, un insegnamento scolastico, o la sua stessa opera palesemente ammirevole. Le statue sono una forma di informazione, ma straordinariamente superficiale e pigra. Sono anche una rivendicazione, un’esibizione di appartenenza, per alcuni: poter segnare un punto per quello che la statua rappresenta, spesso in contrapposizione ad altro – una conquista patriottica, una grandezza scientifica, una bravura letteraria – e che si condivide. Ma queste sono inclinazioni che sarebbe utile disincentivare invece che incentivare, quelle di usare ogni cosa per segnare un punto per sé e per il proprio apparato di espressioni di sé.
I giorni delle statue – Wittgenstein

Montanelli e le accuse che nemmeno la sua penna riuscirebbe a ribattere

Che era stato pedofilo e razzista già si sapeva. Che avesse continuato a esser fascista è ben continuare a ribadirlo e a documentarlo.

Tutto questo può definirsi un simbolo di libertà, un esempio per l’Italia, una figura da idolatrare con simboli fisici come può essere una statua? La risposta è no, e lo è ancora di più oggi, nelle settimane in cui finalmente la sollevazione antirazzista partita dagli Stati Uniti con la morte di George Floyd ha assunto un carattere globale. La statua di Montanelli, già ingombrante in una città a cui piace raccontarsi come paladina dei diritti civili e che peraltro ha fatto erigere quella statua solo una manciata di anni fa, diventa ancora più ingombrante oggi. Se la statua vuole raccontarci il lato eccezionale del giornalista Montanelli e farne un’icona, la sua imbrattatura fa parte dello stesso processo di analisi del personaggio, un’analisi critica volta a svelarne i lati oscuri. La statua sporcata di rosso che abbiamo visto nelle scorse ore è allora forse il miglior modo di consegnare alla memoria la figura di Indro Montanelli: una persona che ha fatto la storia culturale dell’Italia del Novecento, ma una persona con tante macchie indelebili.
Montanelli e le accuse che nemmeno la sua penna riuscirebbe a ribattere – Wired

The lure of fascism

Historia magistra vitae: che cosa possiamo imparare oggi dalla nascita dei totalitarismi del XX secolo.

I see two particular dangers. The first is the most obvious: the increase in Right-wing authoritarianism. But I’m also worried about a growing tendency on the Left: the idea that, in order to regain majority support, it’s necessary to adopt nationalist polices. This might be true, but it’s also playing with fire. Some, with roots in the traditional Labour movement, seem to think that, as long as they support trade unions and pro-poor policies, they are on the side of the righteous – whatever else they believe – and that this grants them moral immunity from criticism. But we have seen this combination of views before. It was the starting point for both Mussolini and Mosley, and possibly even for Hitler.
An acceptable nationalism would have to be tempered by liberalism. It would also need to be held in check by democracy that strongly supports the rights of the minority. We should never accept the argument that the intermediate institutions of government and civil society are standing in the way of the will of the people. On the contrary, they must be supported and strengthened. This is our best chance of keeping the unthinkable unthinkable.
The lure of fascism – Aeon

Liberare gli oppressi

Il Potere ha capito che controllare con la repressione provoca la ribellione. Sicché ora punta tutto sull’altro strumento formidabile: l’ignoranza. E ha convinto gli oppressi che l’ignoranza è un merito.

Quelli che vengono oggi chiamati “populisti” e che a me sembrano solo sfruttatori e coltivatori dell’ignoranza per i propri interessi di autopromozione e potere, hanno annullato le ambizioni progressiste di dare a tutti le opportunità di conoscere e capire le cose, e di diventare così parte del “potere”, con una predicazione che ha raccontato e racconta a quelle persone una scorciatoia ingannevole e fallimentare: non avete bisogno di strumenti né di occasioni né di opportunità, andate bene così. Avete ragione, in quanto popolo, in quanto voi stessi. E se fallite, è colpa di qualcun altro, e dovete incazzarvi: non capire. Il populismo coltiva l’ignoranza delle persone e se ne serve proprio come faceva l’aristocrazia di un tempo. E gli oppressi di oggi – gli “oppressi della coscienza” – sono le vittime dell’informazione bugiarda e dei modelli culturali mediocri, che siano promossi da giornali, libri, programmi televisivi, musica, influencers, o eccetera.
Liberare gli oppressi – Wittgenstein